Fattori di rischio

I dati riguardanti l'epidemiologia della calcifilassi sono limitati. Le due pubblicazioni più rilevanti sono studi caso-controllo che comprendono 19 e 36 pazienti. Sommando i risultati, il sesso femminile, il diabete mellito, la dialisi peritoneale, l'obesità, l'ipoalbuminemia nel contesto di malnutrizione e di infiammazione cronica, l'ipofosforemia, l'elevato prodotto calcio fosforo e l'uso combinato di analoghi attivi della vitamina D con alte dosi di chelanti del fosforo a base di calcio, sembrano essere i fattori di rischio associati con le manifestazioni della calcifilassi.

Nei casi descritti in letteratura, gli episodi di calcifilassi erano riportati ripetutamente in associazione con alterazioni del prodotto calcio fosforo nel contesto di iperparatiroidismo secondario o terziario. Su questa linea, alcuni casi individuali ed una serie di casi pubblicati di recente dalla Università del Wisconsin hanno dimostrato miglioramenti drammatici della calcifilassi a seguito di una paratiroidectomia "di emergenza"; tuttavia alcune segnalazioni hanno descritto una recidiva della calcifilassi, con grave decorso della malattia, in pazienti che erano stati in precedenza paratiroidectomizzati.

Entrambe le condizioni patologiche, iperparatiroidismo severo (terziario) o osso adinamico (ABD) in pazienti con ipoparatiroidismo relativo o assoluto, possono causare alterazioni essenziali del metabolismo minerale che predispongono alla calcifilassi: in entrambe le situazioni l'omeostasi calcio-fosforo è gravemente alterata, vuoi per un aumentato turn-over osseo (come nell'perparatiroidismo) vuoi per la presenza di "paralisi" ossea (come nell'osso adinamico).

Si ritiene che la incapacità dell'osso a servire da "tampone del calcio" possa creare un ambiente che favorisce le calcificazioni extra-ossee dei tessuti molli. Infine, in un certo numero di casi è stata riportata una connessione tra l'uso di antagonisti della vitamina K (warfarin ecc) e lo sviluppo di calcifilassi. La rilevanza patofisiologica di questa osservazione sarà discussa in seguito.

Approcci terapeutici

Gli approcci terapeutici alla calcifilassi sono limitati. Come illustrato sopra, i dati disponibili sono ristretti a segnalazioni di casi o piccoli studi caso-controllo, mentre non sono disponibili dati prospettici. Ogni volta che la calcifilassi viene sospettata o diagnosticata in un paziente uremico, il primo sforzo terapeutico deve essere inteso a normalizzare il prodotto calcio-fosforo, mediante intensificazione della terapia dialitica, con l'uso di dialisato a basso contenuto di calcio e con la somministrazione di dosi elevate di chelanti del fosforo (preferibilmente privi di calcio). La riduzione o sospensione della vitamina D deve essere considerata in base ai livelli di PTH e prodotto calcio-fosforo.

Nei pazienti con calcifilassi con iperparatiroidismo e segni di elevato turnover osseo, si deve considerare immediatamente la paratiroidectomia "di emergenza". Tuttavia in tali pazienti la somministrazione di calciomimetici può rappresentare una efficace terapia alternativa - sono stati pubblicati di recente casi promettenti trattati con tale terapia conservativa. In presenza di ulcerazioni progressive e necrosi, occorre molto probabilmente iniziare una terapia con antibiotici ad ampio spettro.

Sono disponibili pochi dati sull'uso del sodio tiosolfato e dei bisfosfonati per il trattamento della calcifilassi. Il tiosolfato è disponibile come agente chelante indicato nel trattamento della intossicazione da cianuro. Da un lato esso possiede una alta affinità per gli ioni calcio che gli consentirebbe di interferire con la precipitazione di calcio e fosfato mediante formazione di complessi calcio-tiosolfato solubili e rimovibili con la dialisi. Dall'altro il tiosolfato può anche interferire con i processi locali di infiammazione tramite aspecifiche azioni anti-ossidanti. Entrambe queste ipotesi richiedono ancora conferma.

Al momento non è ancora chiaro se i bisfosfonati interagiscono con i processi di calcificazione extraossea tramite i loro effetti antiriassorbitivi sull'osso o attraverso effetti diretti periferici simil-pirofosfato a livello tissutale. Sebbene siano stati pubblicati di recente casi di effetti benefici del pamidronato in pazienti con calcifilassi, occorre cautela nell'uso non considerato di bisfosfonati in questo tipo di pazienti, a meno che non sia stata esclusa o sia altamente improbabile la presenza di osso adinamico, dato che questo sarebbe aggravato da tali farmaci, specie nei pazienti con insufficienza renale.

Nei pazienti con calcifilassi sottoposti a terapia con warfarin, la sospensione del farmaco e il passaggio all'eparina è fortemente raccomandato, malgrado la mancanza di una chiara evidenza clinica prospettica. Tuttavia la plausibilità biologica che l'antagonismo della vitamina K favorisca le calcificazioni vascolari è considerata estremamente rilevante e pertanto l'efficacia della successiva supplementazione con vitamina K dovrebbe essere valutata mediante studi futuri in questo tipo di pazienti. Basile e coll. hanno descritto l'efficacia terapeutica della ossigenoterapia iperbarica in un piccolo numero di casi di calcifilassi.

Questo approccio si basa sul tentativo di migliorare la guarigione delle lesioni nei tessuti ischemici. In questo studio, le aree interessate sono state esposte all'ossigeno 100% a pressioni 2,5 volte superiori a quella atmosferica in una camera chiusa, per 90 minuti a sessione in modo da aumentare significativamente la pressione locale dell'ossienonelle areee ulcerate e necrotiche (il numero di sessioni per paziente oscillava tra 20 e 108). 8 di 11 pazienti hanno mostrato una effettiva guarigione delle ulcerazioni calcifilattiche.

Infine, Fine e Zacharias hanno descritto 36 pazienti con calcifialssi a differenti stadi di malattia trattati con successo con glicocorticoidi somministrati fin dalle prime fasi, non ancora ulcerate della malattia. Tuttavia, rispetto al rischio di superinfezioni, i glicocorticoidi dovrebbero essere certamente evitati nei pazienti con lesioni avanzate date le proprietà immunosoppressive.

Note importanti sul contenuto medico

Il contenuto di questo sito web e le deduzioni che il lettore può trarre da esso non possono in nessun modo sostituire una adeguata valutazione medica fatta da personale altamente qualificato.

Non è garantita la completezza della informazione e dei dati forniti circa le manifestazioni della malattia, i sintomi e le opzioni terapeutiche. Questo non è un resoconto completo di una condizione clinica complicata.

Dato che la condizione è complessa e spesso multi fattoriale, una valutazione adeguata delle differenti opzioni terapeutiche dovrebbe essere fatta dalla equipe medica di riferimento in consulto con il paziente. Nessuna iniziativa di azioni terapeutiche o di scelta terapeutica nel singolo paziente dovrebbe basarsi su qualsiasi delle informazioni fornite da questo sito web. Il sito web e gli autori del materiale presentato non potranno essere ritenuti responsabili di qualsiasi conseguenza dovute a scelte fatte in tal modo.